L'invasione dei centri commerciali: un altro a Sedriano. Come difendersi?
Di recente è stata approvata l'apertura di un altro centro commerciale, a Sedriano. Non sarà mastodontico come quello di Vittuone, ma più simile a quello di Arluno. Ce n'era bisogno?
Questa invasione della grande distribuzione è conseguenza della programmazione regionale, che dà un colpo mortale al piccolo commercio, come denunciano le loro associazioni. Data anche la insufficiente regolamentazione del settore, i grandi gruppi (in concorrenza mortale) ne approfittano per investimenti speculativi, che poco hanno a che vedere con i bisogni delle comunità locali.
La amministrazioni locali hanno pochi strumenti per resistere alla pressione di tali imponenti interessi. Spesso i Comuni si limitano a "monetizzare" gli impatti dell'insediamento, trascurando il fatto che è difficile valutare l'impatto sociale e ambientale (complesso, quindi molto soggettivo, spesso arbitrario). Oltretutto, i Comuni sono sprovvisti di efficaci strumenti per valutare gli effetti della presenza di una grande struttura commerciale (in Italia la VIA, valutazione di impatto ambientale, non è obbligatoria per tali insediamenti). Così i Comuni, per salvare la faccia, si limitano a vantare i benefici attesi (aumento dell'offerta di servizi, calo dei prezzi, nuova occupazione) e si disinteressano degli effetti negativi che ci accompagneranno negli anni futuri.
L'installazione di attività economiche rilevanti ha effetti di varia natura:
- economici generali e settoriali (consumi, reddito, occupazione, concorrenza);
- sociali (mobilità, aggregazione, sviluppo individuale e sociale, sviluppo culturale, stili di vita);
- ambientali (morfologia del territorio e del paesaggio, equilibri degli ecosistemi, inquinamento aria, acqua e suolo).
Finita - con la crisi economico-finanziaria globale - l'ubriacatura del liberismo, oggi molti riconoscono che il mercato non risolve tanti problemi. L'apertura di nuove strutture di vendita sul territorio provoca problemi di natura economica e non economica, spesso non quantificabili, che i meccanismi di auto-regolazione del mercato non sono in grado di considerare (market failures).
Quali strumenti hanno i cittadini (e le amministrazioni locali sensibili) per tenere sotto controllo le conseguenze di tale invasione? Ecco una sintesi:
1) ottenere che le imprese adottino un bilancio sociale e ambientale della propria attività;
2) ottenere che le imprese adottino i migliori sistemi di qualità ambientale disponibili (ad esempio la certificazione volontaria EMAS creata dalla Comunità Europea);
3) vincolare le imprese a regole che garantiscano equità e sostenibilità, la cosiddetta responsabilità sociale d'impresa (riconoscimento e protezione dei diritti dei lavoratori, promozione di uno sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale, riconoscimento dell'importanza di un ambiente sano dove svolgere il lavoro);
4) in ultimo, ma non per importanza, favorire la riqualificazione della piccola distribuzione per aiutarla a non chiudere.
Tutto ciò non è sufficiente se non viene costituito un apposito comitato tecnico-scientifico, aperto alla partecipazione dei cittadini, per verificare periodicamente la situazione alla luce dei controlli e degli autocontrolli effettuati e per proporre correttivi.
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