domenica 17 maggio 2009


"La sinistra europea sconfitta". "Dobbiamo riscoprire l'interesse collettivo".
Per il settimanale americano Time, i conservatori "sembrano sempre più una specie in via di estinzione". Eppure in Europa gli elettori abbandonano la sinistra. Perché?
In due articoli pubblicati dal settimanale Internazionale (n. 795/2009), c'è chi prova a rispondere e a proporre da cosa ripartire.
Il francese Bernard Guetta, di Radio France, prevede che la destra e non la sinistra dominerà il nuovo parlamento europeo. "Gli elettori sembrano volere politiche di sinistra, ma poi - contraddizione sorprendente - si rifiutano di punire la destra, che governa gran parte dei 27 paesi dell'Unione", osserva Guetta, che però sottolinea le responsabilità della sinistra e così prosegue. "Dopo aver appoggiato, a Berlino, Londra, Roma e Parigi, le politiche liberiste, ora non possono rispolverare un patrimonio ideale da cui hanno preso le distanze. Inoltre il loro ritardo nel capire che questa crisi avrebbe chiuso la lunga parentesi liberista ha dato alle destre il tempo di tornare allo statalismo e alle sinistre radicali di cavalcare la protesta sociale". Guetta conclude che "non puntando sull'Europa, e non sostenendo un potere continentale capace di difendere il lavoro, le sinistre continuano a darsi la zappa sui piedi".
Insomma, il quadro mi sembra questo: la destra ha ricette sbagliate, ma convince gli elettori; la sinistra moderata la insegue sul suo terreno e (inevitabilmente) perde; la sinistra radicale ha giuste intuizioni, ma i suoi comportamenti non attirano consensi.
L'inglese Eric Hobsbawn, tra i più grandi storici viventi, in un articolo sul quotidiano The Guardian, prova a guardare oltre la crisi del capitalismo e il fallimento del socialismo. "Abbiamo conosciuto due tenativi concreti di realizzare questi modelli nella loro forma pura: le economie pianificate dallo stato centralistico sovietico e il libero mercato senza restrizioni e controlli. Le prime sono crollate negli anni ottanta, travolgendo i sistemi comunisti dell'Europa orientale. Il libero mercato sta collassando davanti ai nostri occhi nella più grave crisi del capitalismo globale dagli anni trenta" osserva Hobsbawn. E prosegue: "entrambi questi sistemi hanno fallito. Il futuro, come il presente e il passato, appartiene a economie miste, in cui pubblico e privato sono in qualche modo intrecciati". Nessuno sa come superare la crisi - aggiunge lo storico inglese - né i governi, né le banche centrali o le istituzioni finanziarie internazionali: "i leader internazionali sono ancora dipendenti dalla droga del libero mercato ". Una politica progressista, per Hobsbawn, deve tornare a credere che "la crescita economica e la ricchezza sono un mezzo e non un fine". E conclude: "il banco di prova di una politica progessista non è privato ma pubblico: non implica solo redditi e consumi in crescita per i singoli, ma riguarda soprattutto l'allargamento delle opportunità e di quelle che Amartya Sen chiama le 'capacità' di tutti legate all'azione collettiva. (...) Questo principio sarà importante soprattutto per affrontare il problema più grave di questo secolo: la crisi ambientale. Qualunque marchio ideologico si scelga, quest'impegno comporterà un sensibile allontanamento dal libero mercato a favore dell'iniziativa pubblica (...) E, considerata la gravità della crisi ... il tempo non è dalla nostra parte".

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